Capitolo 12: La guarigione di Catherine

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Messaggio Da Admin il Mar Gen 01, 2019 6:58 pm

Capitolo 12: La guarigione di Catherine


Erano passati tre mesi e mezzo dalla nostra prima seduta di ipnosi. Non solo i sintomi di Catherine erano virtualmente scomparsi, ma lei era progredita oltre una semplice cura. Era radiosa, con una serena energia attorno a sé. La gente era attratta da lei. Quando faceva colazione nel caffè dell'ospedale, uomini e donne andavano a unirsi a lei.
«Lei è così bella; volevo proprio dirglielo», dicevano. E lei aveva fatto colazione per anni nello stesso caffè senza che alcuno le badasse.
Come al solito, cadde rapidamente in una profonda trance ipnotica nella penombra del mio studio, con i biondi capelli sparsi sul solito guanciale.
«Vedo un edificio... È fatto di pietra, e vi è qualche cosa a punta sulla sua estremità. È una zona molto montana. E molto umida... molto umida. Vedo un carro. Vedo un carro che passa... davanti alla facciata. Il carro contiene del fieno, una sorta di paglia o di fieno, qualche cosa che si fa mangiare agli animali. Ci sono alcuni uomini che portano delle bandiere, qualche cosa che sventola all'estremità di un'asta. I colori sono molto brillanti. Io li sento parlare di Mori... Mori. E di una guerra che viene combattuta. Vi è del metallo, qualche cosa di metallo che copre le loro teste... Una sorta di copricapo fatto di metallo. L'anno è il 1483. Qualche cosa che riguarda i Danesi. Stiamo combattendo con i Danesi? Viene combattuta qualche guerra.» «Lei è lì?» chiesi.
«Non vedo tutto questo», rispose dolcemente. '«Vedo i carri. Hanno due ruote, due ruote, e dietro sono aperti. Sono aperti; i fianchi sono limitati da assicelle, assicelle di legno tenute insieme. Vedo... qualche cosa di metallo che loro portano attorno al collo... Un metallo molto pesante a forma di croce. Ma le estremità sono curve, le estremità sono curve... sulla croce. È la testa di qualche santo... Vedo delle spade. Hanno una sorta di
coltello o di spada... molto pesante, con la punta smussata. Si stanno preparando per qualche battaglia.» «Guardi se può trovare se stessa», le ingiunsi. «Si guardi intorno. Forse è un soldato. Li vede da qualche punto di vista.» «Non sono un soldato.» La sua risposta fu decisa su questo.
«Si guardi attorno.
«Ho portato delle provviste. È un villaggio, qualche villaggio.» Rimase in silenzio.
«Che cosa vede, adesso?» «Vedo una bandiera, una sorta di bandiera. È rossa e bianca...
bianca con una croce rossa.» «È la bandiera del suo popolo?» chiesi.
«È la bandiera dei soldati del re», rispose.
«È il suo re?» «Sì.» «Conosce il nome del re?» «Non lo sento. Non è qui.» «Può guardare e vedere quello che indossa. Guardi in giù e veda quello che indossa.» «Una sorta di cuoio... una tunica di cuoio sopra... sopra una camicia molto rozza. Una tunica di cuoio... è corta.
Scarpe di un qualche tipo di pelle di animale... non scarpe, piuttosto stivali o mocassini.
Nessuno mi parla. Capisco. Di che colore sono i suoi capelli?» «Sono biondi, ma sono vecchio, e vi è del grigio.» «Quali sono i suoi sentimenti nei confronti di questa guerra?»
«È divenuta il mio mezzo di vita. Ho perso un figlio in un precedente scontro.» «Un
maschio?» «Sì.» Si era rattristata.
«Chi le è rimasto? Chi le è rimasto della sua famiglia?» «Mia moglie... e mia figlia.»
«Come si chiamava suo figlio?» «Non vedo il suo nome. Lo ricordo. Vedo mia moglie.» Catherine era stata più volte maschio e femmina. Senza figli nella sua vita attuale, aveva
avuto numerosi bambini nelle sue altre vite.
«Che aspetto ha sua moglie?» «È molto stanca. È vecchia. Abbiamo delle capre.» «Sua figlia vive ancora con lei?» «No, è sposata e ci ha lasciato qualche tempo fa.» «Dunque

siete soli, lei e sua moglie?» «Sì.» «Com'è la vostra vita?» «Siamo stanchi. Siamo molto poveri. Non è stata una vita facile.» «No. Ha perso il figlio. Ne sente la mancanza?»
«Sì.» Rispose con semplicità, ma il suo dolore era evidente. «È stato agricoltore?» chiesi
cambiando argomento.
«Sì. Vi è del grano... grano, qualche cosa simile a grano.» «Vi sono state molte guerre nel suo paese, durante la sua vita, con molte tragedie?» «Sì.» «Ma ha vissuto fino alla vecchiaia.» «Combattono fuori del paese, non nel paese», spiegò.
«Devono viaggiare per arrivare al luogo del combattimento... su molte montagne.»
«Conosce il nome della terra in cui vive? O almeno della città?» «Non lo vedo, ma deve avere un nome. Non lo vedo.» «È un periodo molto religioso? Lei vede delle croci sui soldati.» «Per gli altri, sì. Per me no.» «È vivo qualcun altro della sua famiglia, oltre a sua
moglie e a sua figlia?» «No.» «I suoi genitori sono morti?» «Sì.» «Fratelli e sorelle?»
«Ho una sorella. È viva. Non la conosco», aggiunse riferendosi alla sua vita attuale vissuta come Catherine.
«Bene. Guardi se riconosce qualcuno nel villaggio o nella sua famiglia.» Se ci si
reincarna in gruppi, era probabile che trovasse là qualcuno che fosse significativo anche nella sua vita attuale.
«Vedo una tavola di pietra... vedo delle scodelle.» «È la sua casa?» «Sì. Qualche cosa
fatta con... qualche cosa di giallo, qualche cosa fatta con grano... o qualche cosa... di giallo.
Noi la mangiamo...» «Bene», dissi cercando di affrettare il passo. «Questa è stata una vita molto dura, per lei, una vita molto dura.
Che cosa ne pensa?» «Cavalli», mormorò.
«Possiede dei cavalli? O sono di qualcun altro?» «No, i soldati... alcuni di loro. I più vanno a piedi. Ma non sono cavalli; sono asini, o animali più piccoli dei cavalli. Sono per
lo più selvatici.» «Avanzi nel tempo, adesso», le dissi. «Lei è molto vecchio. Cerchi di arrivare all'ultimo giorno della sua vita come vecchio.» «Ma non sono molto vecchio», obiettò. Non era particolarmente suggestionabile in queste vite passate. Quello che avveniva, avveniva... Non potevo eliminare con la suggestione i suoi attuali ricordi. Non potevo far sì che cambiasse i particolari di ciò che era avvenuto e che veniva ricordato.
«Devono avvenire ancora altre cose in questa vita?» chiesi cambiando il mio approccio.
«È importante per noi saperlo.
«Nulla di importante», rispose senza emozione.
«Allora avanzi, avanzi nel tempo. Troviamo che cosa ha bisogno di imparare. Capisce?»
«No. Sono ancora qui.
«Sì, capisco. Vede qualche cosa?» Passarono un paio di minuti prima che rispondesse.
«Sto fluttuando», mormorò dolcemente.
«Lo ha già lasciato?» «Sì, sto fluttuando.» Era entrata ancora nello stato spirituale.
«Adesso sa che cosa doveva imparare? È stata un'altra vita dura per lei.» «Non so. Sto
solo fluttuando.» «Bene. Riposi... riposi.» Passarono alcuni minuti silenziosamente. Poi lei parve ascoltare qualche cosa. Improvvisamente parlò. La sua voce era forte e profonda. Chi parlava non era Catherine.
«Vi sono sette piani in tutto, ognuno consiste di molti livelli, uno di essi è il piano del ricordo. Su questo piano possiamo raccogliere i nostri pensieri. Possiamo vedere la vita che è appena passata. Coloro che appartengono ai livelli più alti possono vedere la storia. Possono tornare e insegnarci imparando la storia. Ma noi dei livelli più bassi
possiamo solo vedere la nostra vita che è appena passata.
«Noi abbiamo dei debiti che devono essere pagati. Se non abbiamo pagato questi debiti, dobbiamo portarli in un'altra vita... perché siano saldati. Si progredisce pagando i nostri

debiti. Alcune anime progrediscono prima di altre. Quando siamo nella forma fisica e cerchiamo di progredire lo facciamo durante una vita... Se qualche cosa interrompe la nostra capacità... di pagare quel debito, dobbiamo tornare sul piano di ricordo, e lì dobbiamo aspettare finché l'anima a cui dobbiamo quel debito non sia venuta a vederci. E quando entrambi siamo in grado di tornare alla forma fisica nello stesso tempo allora ci è permesso il ritorno. Ma siamo noi a determinare quando dobbiamo tornare. Determiniamo noi quello che bisogna fare per pagare quel debito. Noi non ricordiamo le nostre altre vite... Solo quella da cui siamo appena venuti. Solo le anime di più alto livello
- i saggi - hanno la facoltà di rievocare la storia e gli eventi passati... di aiutarci, di insegnarci quello che dobbiamo fare.
«Vi sono sette piani... sette, attraverso i quali dobbiamo passare prima di tornare. Uno di
essi è il piano della transizione. Là si aspetta. In quel piano è determinato quello che porteremo con noi nella prossima vita. Avremo tutti...
un tratto dominante. Questo tratto può essere avidità o può essere lussuria, ma quale che sia, dobbiamo saldare i nostri debiti ai nostri creditori. E poi dobbiamo superare quel
tratto dominante in questa vita. Dobbiamo imparare a superare la cupidigia. Se non lo facciamo, quando torniamo dovremo portarla con noi, insieme a un altro tratto dominante, nella nostra prossima vita. I fardelli diventeranno più pesanti; con ogni vita
che attraversiamo senza pagare questi debiti, la prossima sarà più dura. Se li paghiamo, ci sarà concessa una vita facile. Così scegliamo noi stessi la vita che avremo. Nella fase successiva siamo responsabili della vita che abbiamo. La scegliamo noi stessi.» Catherine cadde nel silenzio.
Questo non parve venire da un Maestro. Egli si presentò come «noi dei livelli più bassi», in confronto con le anime dei livelli più alti, «i saggi». Ma la conoscenza trasmessa era
chiara e pratica. Io mi domandavo in che cosa consistessero gli altri cinque piani e quali
fossero le loro qualità. Lo stadio di rinnovamento era uno di questi piani? E che dire dello stadio di apprendimento e dello stadio di decisione? Tutta la sapienza rivelata attraverso questi messaggi da parte di anime nelle varie dimensioni dello stato spirituale era consistente. Lo stile dell'enunciato differiva come differivano la fraseologia e la grammatica, la sofisticazione del verbo e del vocabolario; ma il contenuto rimaneva coerente. Io stavo acquistando un corpo sistematico di conoscenza spirituale. Questa conoscenza parlava di amore e di speranza, di fede e di carità. Esaminava virtù e vizi, debiti dovuti ad altri e a se stessi. Includeva vite passate e piani spirituali tra le vite. E parlava del progresso dell'anima attraverso l'armonia e l'equilibrio, l'amore e la saggezza, il progresso verso un mistico ed estatico collegamento con Dio.
Vi erano molti consigli pratici lungo la via: il valore della pazienza e dell'attesa; la saggezza nell'equilibrio della natura; l'estirpazione delle paure, specialmente la paura della morte; la necessità di imparare la fiducia e il perdono; l'importanza di imparare a non giudicare gli altri o a non arrestare la vita di nessuno; l'accumulo e l'uso di poteri
intuitivi; e, forse più di tutto, l'incrollabile conoscenza di essere immortali. Noi siamo al di là della vita e della morte, al di là dello spazio e al di là del tempo.
Noi siamo gli dèi, ed essi sono noi.
«Sto fluttuando», mormorava piano Catherine.
«In quale stato si trova?» chiesi.
«Nessuno... Sto fluttuando... Edward mi deve qualche cosa... mi deve qualche cosa.»
«Sa che cosa le deve?» «No... mi deve... qualche conoscenza. Aveva qualche cosa da
dirmi, forse sul bambino di mia sorella.» «Il bambino di sua sorella?» feci eco.

«Sì... è una bambina. Si chiama Stephanie.» «Stephanie? Che cosa vuole sapere su di lei?» «Voglio sapere come entrare in contatto con lei», rispose. Catherine non mi aveva mai detto niente a proposito di questa nipote.
«È molto legata a lei?» chiesi.
«No, ma vorrà trovarli.
«Trovare chi? domandai. Ero confuso.
«Mia sorella e suo marito. E l'unico modo di farlo è attraverso di me. Io sono il collegamento. Lui ha informazioni. Il padre di lei è un medico; esercita in qualche zona del Vermont, nella parte meridionale del Vermont. L'informazione giungerà a me quando sarà necessario.» Più tardi seppi che la sorella di Catherine e il futuro marito di lei avevano avuto la loro figlia in adozione. In quel tempo erano molto giovani e non ancora
sposati. L'adozione fu agevolata dalla Chiesa. Dopo quel tempo non vi erano informazioni attendibili.
«Sì», convenni. «Quando sarà il momento giusto.» «Sì. Allora me lo dirà... Me lo dirà.»
«Quale altra informazione ha per lei?» «Non so, ma ha delle cose da dirmi. E mi deve qualche cosa... qualche cosa. Non so che cosa. Mi deve qualche cosa.» Tacque.
«È stanca?» chiesi.
«Vedo una briglia», rispose con un sussurro. «Un'attrezzatura fissata al muro. Una
briglia... vedo una coperta stesa all'esterno di una stalla.» «È una rimessa?» «Vi sono dei cavalli, là. Molti cavalli.» «Che cos'altro vede?» «Vedo molti alberi... con fiori gialli. Mio padre è là. Si prende cura dei cavalli.» Mi resi conto di parlare con un fanciullo.
«Qual è il suo aspetto?» «È molto alto, con i capelli grigi.» «Lei si vede?» «Sono una fanciulla... una ragazzina.» «Suo padre è il proprietario dei cavalli o si prende solo cura di
loro?» «Si prende solo cura di loro. Noi viviamo qui vicino.
«Le piacciono i cavalli?» «Sì.
«Ha un favorito?» «Sì. Il mio cavallo. Si chiama Mela.» Ricordai la sua vita come Mandy, quando era pure apparso un cavallo chiamato Mela. Stava forse ripetendo una vita che avevamo già sperimentato? Forse la avvicinava da un altro punto di vista.
«Mela... Sì. Suo padre le lascia cavalcare Mela?» «No, ma posso dargli da mangiare. Viene usato per tirare il carro del padrone, e la sua carrozza. È molto grande.
Ha piedi grandi. Se non ci si sta attenti, ci pesta.
«Chi altri è con lei?» «Mia madre è qui. Vedo una sorella... È più grande di me. Non vedo
alcun altro.» «Adesso che cosa vede?» «Vedo solo i cavalli.» «È un periodo felice per lei?» «Sì, mi piace l'odore della stalla.» Era molto specifica riferendosi a quel dato momento nella stalla.
«Sente l'odore dei cavalli?» «Sì.» «Il fieno?» «Sì... i loro musi sono così dolci. Vi sono anche dei cani- Neri, alcuni cani neri, e dei gatti... molti animali. I cani sono impiegati per la caccia. Quando vanno a caccia di uccelli, portano con loro i cani.» «Le succede
qualche cosa? «No. La mia domanda era troppo vaga.
«Lei vive in questa fattoria?» «Sì. L'uomo che si prende cura dei cavalli...» Fece una pausa. «Non è realmente mio padre. Io ero confuso.
«Non è il suo vero padre?» «Non so, non... non è il mio vero padre, no. Ma è come un
padre per me. È un secondo padre. È molto buono con me. Ha gli occhi verdi.» «Lo guardi negli occhi - occhi verdi - e veda se lo riconosce. E buono con lei. Le vuol bene.
«E mio nonno... mio nonno. Ci voleva molto bene. Mio nonno ci amava molto. Era solito
portarci con sé tutto il giorno. Andavamo con lui dove lui andava a bere. E potevamo
avere dell'acqua di seltz. Ci voleva bene.» La mia domanda l'aveva fatta saltare da quella vita nel suo stato superconscio di osservazione. Adesso stava guardando la vita di Catherine e la sua relazione con suo nonno.

«Sente ancora la sua mancanza?» domandai.
«Sì», rispose piano.
«Ma, come vede, lui è stato con lei in precedenza.» Le stavo spiegando: cercavo così di
ridurre al minimo la sua pena.
«Lui era molto buono con noi. Ci amava. Non ci sgridava mai. Ci dava dei soldi e ci portava sempre con lui. Gli piaceva. Ma è morto.
«Sì, ma lei sarà ancora con lui. Lo sa.
«Sì. Sono già stata con lui. Non era come mio padre. Sono così diversi.» «Perché l'uno la ama tanto e la tratta così bene, e l'altro è così diverso?» «Perché l'uno ha imparato. Ha
pagato un debito che doveva pagare. Mio padre non ha pagato il suo debito. È tornato... senza capire. Dovrà farlo di nuovo.» «Sì», convenni. «Deve imparare ad amare, a
educare.» «Sì», rispose.
«Se non si capisce questo», aggiunsi, «si trattano i bambini come una proprietà, non come delle persone che dobbiamo amare.» «Sì», convenne lei.
«Suo padre deve ancora imparare questo.
«Sì.
«Suo nonno sa già...
«Lo so», mi interruppe. «Dobbiamo attraversare tanti stadi, quando siamo nello stato
fisico... proprio come quando siamo negli altri stadi di evoluzione. Dobbiamo attraversare lo stadio della puerizia, lo stadio dell'infanzia, lo stadio della fanciullezza...
«Dobbiamo fare tanta strada prima di raggiungere...
prima di raggiungere la nostra meta. Gli stadi nella forma fisica sono duri. Quelli nel piano astrale sono facili. Sono solo riposo e attesa. Quelli di adesso sono gli stadi duri.»
«Quanti piani vi sono nello stato astrale?» «Ve ne sono sette», rispose.
«Quali sono?» chiesi, cercando di stabilire quelli oltre i due menzionati nelle sedute
precedenti.
«Mi hanno parlato solo di due», spiegò. «Lo stadio di transizione e quello del ricordo.»
«Questi sono i due con cui ho familiarità anch'io.
«Conosceremo gli altri più tardi.
«Lei ha imparato insieme con me», osservai. «Oggi abbiamo imparato sui debiti. È molto importante.» «Ricorderò quello che devo ricordare», aggiunse lei enigmaticamente.
«Ricorderà questi piani?» chiesi.
«No. Per me non sono importanti. Sono importanti per lei.» Avevo già sentito questo. Era per me. Perché potessi aiutarla, ma non solo per questo. Per aiutare me stesso, ma non solo per questo. Tuttavia non potevo dire quale potesse essere questo scopo più importante.
«Lei sembra stare tanto meglio», continuai. «Impara tante cose.
«Sì», convenne.
«Come mai la gente è così attratta da lei?» «Perché mi sono liberata da tante paure e
posso aiutarli.
Sentono una sorta di richiamo psichico.» «E lei può far fronte a questo?» «Sì.» Era fuori discussione. «Non ho paura», aggiunse.
«Bene, la aiuterò.
«Lo so, rispose. «Lei è il mio insegnante.

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