Capitolo 10: Conoscere il futuro

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Messaggio Da Admin il Mar Gen 01, 2019 6:56 pm

Capitolo 10: Conoscere il futuro


La settimana passò rapidamente. Io avevo ascoltato più volte il nastro dell'ultima seduta. Come stavo avvicinandomi allo stato di rinnovamento? Non mi sentivo particolarmente illuminato. E adesso gli spiriti sarebbero stati mandati in mio aiuto. Ma che cosa si supponeva che avrei fatto? Quando lo avrei saputo? Sarei stato all'altezza del compito? Sapevo di dovere aspettare ed essere paziente.
Ricordavo le parole del Maestro poeta.
«Pazienza e tempismo... Tutto viene quando deve venire... Tutto le sarà chiaro a suo tempo. Ma lei deve avere l'opportunità di assimilare le conoscenze che le abbiamo già
dato. Così dovevo aspettare.
All'inizio di questa seduta, Catherine riferì un frammmento di sogno che aveva avuto alcune notti prima. Nel sogno viveva nella casa dei suoi genitori, e un incendio era scoppiato durante la notte. Lei manteneva il controllo e aiutava a evacuare la casa, ma
suo padre indugiava e sembrava indifferente alla drammaticità della situazione.
Lei lo spinse fuori, ma lui si ricordò di qualche cosa che aveva lasciato in casa e fece tornare Catherine tra le fiamme per recuperare quell'oggetto. Non riusciva a ricordare di
che si trattava. Decisi per il momento di non interpretare il sogno, ma di aspettare e vedere se si presentava l'opportunità quando lei era ipnotizzata.
Entrò rapidamente in una profonda trance ipnotica. «Vedo una donna con un cappuccio sopra la testa, che non | le copre il volto ma solo i capelli.» Poi rimase in silenzio.
«Può vederlo adesso? Il cappuccio?» «L'ho perso di vista... Vedo una sorta di stoffa nera,
del broccato con disegni in oro... Vedo un edificio con particolari strutture... bianche .
«Riconosce l'edificio? «No.» «È un grande edificio? «No. Vi è sullo sfondo una montagna
con della neve sulla sommità. Ma l'erba è verde nella valle... in cui siamo.» «Può entrare nell'edificio?» «Sì. È fatto di una sorta di marmo... molto freddo a toccarsi.» «È un tipo di tempio o di edificio religioso?» «Non so. Penso che possa essere una prigione.»
«Prigione?» ripetei. «Vi è gente dentro l'edificio? O nei pressi?» «Sì, dei soldati. Hanno uniformi nere con spalline d'oro...
nappe d'oro pendenti. Elmetti neri con dorature... Qualche cosa di appuntito e dorato sul sommo... dell'elmetto... E una fascia rossa, una fascia rossa attorno alla vita.» «E vi sono
soldati intorno a lei?» «Forse due o tre.» «Lei è lì?» «Sono in qualche parte, ma non nell'edificio. Però vi sono vicina.» «Si guardi intorno. Guardi se può vedere se stessa... Le montagne sono lì, e l'erba... e il bianco edificio. Ve ne sono altri?» «Se vi sono altri edifici, non sono vicini a questo. Io ne vedo uno, e dietro di esso... un muro.
«Pensa che sia un forte, o una prigione, o qualche cosa del genere?» «Potrebbe essere, ma... è molto isolato.» «Perché è importante per lei?» [Lunga pausa.] «Conosce il nome della città o della regione in cui è? Dove sono i soldati?» «Continuo a vedere
"Ucraina".» «Ucraina?» ripetei, affascinato dalla diversità delle sue vite. «Vede l'anno? Può vederlo? O un periodo di tempo?» «Mille e sette, mille e sette», rispose incerta, poi si corresse: «Mille e settecentocinquantotto... mille e settecento- cinquantotto. Vi sono molti soldati. Non so che cosa vogliano fare. Con lunghe spade curve.» «Che cos'altro vede o sente?» chiesi.
«Vedo una fontana, una fontana dove abbeverano i cavalli.» «I soldati sono a cavallo?»
«Sì.» «I soldati vengono chiamati con qualche altro nome? Si chiamano fra loro con un
nome speciale?» Lei rimase in ascolto.

«Non odo nulla.» «Lei è fra loro?» «No.» Le sue risposte erano ancora quelle di un bambino, brevi e spesso monosillabiche. Ero costretto a essere un intervistatore molto attivo.
«Ma li vede da vicino?» «Sì.» «Si trova in città?» «Sì.» «Vive lì? «Credo di sì.» «Guardi se può trovare se stessa e dove vive.» «Vedo degli abiti molto stracciati. Vedo un bambino, un maschietto. Le sue vesti sono stracciate. Lui ha freddo...» «Ha una casa nella città?» Vi fu una lunga pausa.
«Non vedo questo», continuò. Sembrava avere qualche ditticoltà a mettersi in comunicazione con questa vita Era piuttosto vaga nelle sue risposte, e incerta.
«Bene. Conosce il nome del ragazzino?» «No.» «Che cosa succede al ragazzino? Lo segua. Guardi che cosa avviene.» «Qualcuno che gli è caro è prigioniero.» «Un amico?
Un parente?» «Credo che sia suo padre.» Le sue risposte erano brevi «E lei il ragazzino?» «Non ne sono sicura.» «Sa che cosa prova per il fatto che suo padre si trova in prigione?» «Sì ha molta paura, paura che possano ucciderlo » «Che cosa ha fatto suo padre?» «Ha rubato qualche cosa ai soldati, delle carte o qualche cosa di simile.» «Il ragazzino non può capire completamente?» «No. Non rivedrà mai più suo padre.» «Non potrà più rivederlo? «No.
O Prigione? «No!» rispose. La sua voce tremava. Era molto sconvolta, molto triste. Non
dava molti particolari, tuttavia era visibilmente ^ agitata dagli eventi di cui era testimone e che sperimentava.
«Lei può sentire quello che il ragazzino sente», continuai, «le sue paure e le sue ansie. Le sente?» «Sì.» Rimase ancora silenziosa.
«Che cosa avviene? Adesso vada avanti nel tempo. So che è difficile. Vada avanti nel
tempo. Succede qualche cosa.
«Suo padre viene giustiziato.
«Che coSa sente lui, adesso?» no «È stato giustiziato per qualche cosa che non ha fatto. Ma loro uccidono senza alcuna ragione.» «Il ragazzino deve essere molto sconvolto da tutto questo.» «Non credo che capisca appieno... quello che è accaduto.» «Ha altri a cui rivolgersi?» «Sì, ma la sua vita sarà molto dura.» «Che cosa avverrà di lui?» «Non so. Probabilmente morirà...» La sua voce era così triste. Rimase ancora in silenzio, poi parve guardarsi attorno. «Che cosa vede?» «Vedo una mano... una mano che si chiude attorno a qualche cosa... di bianco. Non so che cosa sia...» Cadde ancora nel silenzio e i minuti passarono.
«Che cos'altro vede?» chiesi.
«Niente... buio. Era morta o in qualche modo si era dissociata dal triste ragazzino che viveva in Ucraina più di duecento anni fa.
«Ha lasciato il ragazzino?» «Sì», mormorò. Riposava.
«Che cosa ha imparato da questa vita? Perché era importante?» «La gente non può essere giudicata affrettatamente. Bisogna essere giusti con gli altri. Molte vite sono state
rovinate per essere state giudicate troppo in fretta.» «La vita del ragazzino è stata breve e dura a causa di quel giudizio... contro suo padre.» Vi fu ancora silenzio.
«Sì. Tacque ancora.
«Adesso vede qualche altra cosa? Ode qualche cosa?» «No.» Ancora una risposta breve e poi silenzio. Per qualche ragione, questa breve vita era stata particolarmente snervante. Le ingiunsi di riposare.
«Si rilassi. Si rassereni. Il suo corpo si guarisce da solo; la sua anima riposa... Si sente
meglio? È riposata? È stato difficile per quel bambino. Molto difficile. Ma adesso lei riposa. La sua mente può portarla in un altro luogo, in un altro tempo... altri ricordi. Sta riposando?» Decisi di seguire il frammento di sogno sulla casa che bruciava, il gingillarsi

noncurante di suo padre, e il suo averla rimandata nell'incendio per ricuperare qualche sua cosa.
«Adesso ho una domanda circa il sogno che ha avuto...
su suo padre. Può ricordare, può farlo con sicurezza. È in trance profonda. Ricorda?»
«Sì.» «Lei rientrò nella casa per prendere qualche cosa. Ricorda che cosa?» «Sì... era una scatola di metallo.» «Che cosa vi era perché lui volesse così assurdamente farla rientrare in una casa in fiamme?» «I suoi francobolli e le sue monete... Voleva salvarli», rispose. Il suo particolareggiato ricordo del contenuto del sogno sotto ipnosi contrastava
completamente con il suo ricordo appena abbozzato da sveglia. L'ipnosi era uno strumento potente, non solo nel permettere l'accesso alle più remote e nascoste zone della mente, ma anche nel permettere ricordi molto più particolareggiati.
«I suoi francobolli e le sue monete erano molto importanti per lui?» «Sì.» «Ma rischiare la sua vita tornando in una casa in fiamme solo per i francobolli e le monete...» Lei mi interruppe. «Non pensava di mettermi a rischio.» «Pensava che lei fosse sicura?» «Sì.»
«Allora perché non è andato lui?» «Perché pensava che io potessi andare più in fretta.»
«Capisco. Ma tuttavia lei era in pericolo?» «Sì, ma lui non se ne rendeva conto.» «Vi era un particolare significato per lei in questo sogno? Circa le sue relazioni con suo padre?«Non so.
«Lui non parve avere molta fretta nel lasciare la casa in fiamme.» «No.» «Perché era così tranquillo? Lei era veloce; vedeva il pericolo.» «Perché lui cerca di sottrarsi alla realtà.» Colsi questo momento per interpretare una parte del sogno.
«Sì, è una sua vecchia abitudine e lei fa sempre qualche cosa per lui, come andare a prendere la scatola. Spero che potrà imparare da lei. Ho l'impressione che il fuoco
rappresenti lo scorrere del tempo, che lei si renda conto del pericolo e lui no. Mentre lui indugia e la manda a prendere degli oggetti, lei ne sa molto di più... e ha molto da
insegnargli, ma lui non sembra voler imparare.
«No», convenne lei. «Non vuole.
«Io vedo il sogno così. Ma lei non può costringerlo. Solo lui può rendersene conto.» «Sì», convenne ancora, e la sua voce si fece profonda e alta, «non ha importanza che il nostro
corpo bruci nel fuoco se noi non ne abbiamo bisogno...» Uno Spirito Maestro aveva
presentato una prospettiva del sogno del tutto diversa. Io mi meravigliai di questo improvviso intervento, e potei solo ripetere il pensiero.
«Non abbiamo bisogno del nostro corpo?» «No. Attraversiamo tanti stadi quando siamo qui. Abbiamo dapprima il corpo di un bambino, poi quello di un fanciullo, dal fanciullo passiamo in un adulto e da un adulto a un vecchio. Perché non dovremmo fare un passo al di là e lasciar cadere il corpo adulto per elevarci a un piano spirituale? È quello che facciamo. Noi non smettiamo di crescere; cresciamo continuamente. Quando giungiamo sul piano spirituale, continuiamo a crescere anche lì. Attraversiamo diversi stadi di sviluppo. Quando arriviamo siamo bruciati.
Dobbiamo attraversare uno stadio di rinnovamento, uno stadio di apprendimento, e uno stadio di decisione. Decidiamo quando vogliamo tornare, dove, e per quale ragione. Alcuni scelgono di non tornare. Preferiscono proseguire verso un altro stadio di sviluppo. E rimangono nella forma spirituale... alcuni più a lungo di altri, prima di tornare. È tutto crescita e apprendimento... continua crescita. Il nostro corpo è un veicolo per noi solo finché siamo qui. Solo la nostra anima e il nostro spirito durano per sempre.» Io non riconoscevo la voce né lo stile. Un «nuovo» Maestro stava parlando e parlando di una conoscenza importante. Io volevo sapere di più circa questi regni spirituali.
«L'apprendimento nello stato fisico è più veloce? Sono queste le ragioni per cui non tutti rimangono nello stato spirituale?» «No. L'apprendimento nello stato spirituale è molto più

rapido, molto più accelerato che nello stato fisico. Ma noi scegliamo quello che dobbiamo imparare. Se dobbiamo tornare per lavorare attraverso una relazione, torniamo.
Se abbiamo finito con le relazioni, andiamo avanti. Nella forma spirituale si può sempre
venire a contatto con coloro che sono nello stato fisico, se si desidera. Ma solo se questo è importante... Se si devono dir loro cose che loro devono sapere.» «Come stabilite questo contatto? Attraverso che cosa giunge il messaggio?» Con mia sorpresa, rispose Catherine. Il suo bisbiglio fu più rapido e sicuro. «A volte si può apparire a quella persona... e avere lo stesso aspetto che si aveva quando eravamo lì. Altre volte si può stabilire un contatto mentale. Talora il messaggio è criptico, ma più spesso la persona sa a che cosa si riferisce. E capisce. È un contatto da mente a mente.» Io dissi a Catherine:
«La conoscenza che lei ha adesso, questa informazione, questa sapienza, che è molto
importante... perché non è accessibile a lei quando è sveglia e nello stato fisico?».
«Credo che non la capirei. Non sono capace di capirla. Allora, forse io posso insegnarle a capirla, così che non la spaventi e lei possa imparare.» «Sì.» «Quando lei sente le voci dei Maestri, essi dicono cose simili a quelle che lei mi sta dicendo adesso. Lei deve
condividere con me una grande quantità di informazioni.» Ero perplesso per le nozioni che lei possedeva quando era in questo stato.
«Sì», rispose semplicemente.
«E questo viene dalla sua mente?» «Ma ve lo hanno messo loro.» Così lei dava credito ai Maestri.
«Sì», ammisi. «In qual modo posso meglio comunicarglielo così che lei progredisca e perda le sue paure?» «Lei lo ha già fatto», rispose piano. Aveva ragione; le sue paure erano quasi scomparse. Da quando erano cominciate le regressioni ipnotiche, i suoi
progressi clinici erano stati incredibilmente rapidi.
«Quali lezioni ha bisogno di imparare, adesso? Qual è la cosa più importante che lei deve
imparare durante questa vita per poter continuare a progredire e prosperare?» «La fiducia», rispose subito. Aveva capito qual era il suo principale compito.
«La fiducia?» ripetei, sorpreso dalla rapidità della sua risposta.
«Sì. Devo imparare ad avere fede, ma anche a confidare negli altri. Io non lo faccio. Penso che tutti cerchino di farmi del male. Questo fa sì che rimanga lontana dagli altri e dalle situazioni da cui probabilmente non dovrei star lontana. Questo mi fa stare con persone da cui dovrei allontanarmi.» La sua intuizione era imponente quando si trovava
in stato superconscio. Lei conosceva le sue debolezze e la sua forza. Conosceva le zone che richiedevano attenzione e lavoro, e sapeva quello che doveva fare per migliorare le cose. L'unico problema era che queste intuizioni dovevano raggiungere la sua mente conscia e dovevano essere applicate alla sua vita di veglia. L'intuizione superconscia era affascinante, ma da sola non era sufficiente a trasformare la sua vita.
«Chi sono coloro da cui dovrebbe stare lontana?» chiesi.
Lei fece una pausa. «Ho paura di Becky. Ho paura di Stuart... Temo che qualche cosa di
male mi verrà... da loro.» «Può allontanarsi da tutto questo?» «Non completamente, ma da alcune delle loro idee, sì.
Stuart sta cercando di tenermi prigioniera, e ci riesce. Sa che ho paura. Sa che temo di
essere lontana da lui, e si vale di questa consapevolezza per tenermi con lui.» «E Becky?» «Lei cerca sempre di togliermi la fiducia in persone di cui mi fido. Quando io vedo il bene, lei vede il male. E cerca di piantare questi semi nella mia mente. Io sto imparando ad avere fiducia... in persone di cui dovrei fidarmi. Ma lei mi riempie di dubbi
sul loro conto. Questo è il suo problema. Io non posso lasciare che mi faccia pensare a suo modo.» Nello stato superconscio, Catherine sapeva determinare i principali difetti di carattere in Becky e in Stuart. La Catherine ipnotizzata sarebbe stata un eccellente

psichiatra empaticamente e infallibilmente intuitivo. La Catherine sveglia non possedeva queste capacità ed era mio compito gettare un ponte sull'abisso. Il suo imponente miglioramento clinico mostrava che una parte di questo stava filtrando. Cercai di rafforzare quel ponte.
«In chi può avere fiducia?» chiesi. «Pensi a questo. Chi sono coloro in cui può avere fiducia e imparare da loro, e avvicinarli? Chi sono?» «Posso avere fiducia in lei», mormorò. Lo sapevo, ma sapevo che doveva avere fiducia ancor più nelle persone che incontrava nella sua vita quotidiana.
«Sì, lei può. Lei mi è vicina, ma deve essere più vicina anche alle persone della sua vita, persone che possono essere con lei più di quanto io possa.» Volevo che lei fosse completa e indipendente, non dipendente da me.
«Posso avere fiducia in mia sorella. Non conosco gli altri. Posso avere fiducia in Stuart, ma solo fino a un certo punto. Lui mi vuol bene, ma è confuso. Nella sua confusione mi fa del male senza saperlo.» «Sì, è vero. Vi è un altro uomo in cui può avere fiducia?»
«Posso avere fiducia in Robert», rispose. Era un altro medico dell'ospedale. Erano buoni amici.
«Sì», ammise.
L'idea di conoscenze future era per lei sconcertante e conturbante. Era stata così precisa
circa il passato. Attraverso i Maestri aveva conosciuto fatti specifici e segreti.
Poteva anche conoscere fatti futuri? E, in tal caso, potevamo noi condividere questa precognizione? Un migliaio di domande mi si presentarono alla mente.
«Quando prende contatto con la sua mente supercon- scia, come adesso, e ha questa saggezza, sviluppa anche capacità nella sfera sensitiva? Le è possibile guardare nel
futuro? Per quel che riguarda il passato ha fatto molto.» «E possibile», ammise, «ma adesso non vedo nulla.» «È possibile?» ripetei.
«Credo di sì.
«Può farlo senza esserne spaventata? Può andare nel futuro e ottenere informazioni neutre, che non la spaventino? Può vedere il futuro?» La sua risposta fu rapida: «Non lo vedo. Non me lo permettono». Sapevo che si riferiva ai Maestri.
«Le sono attorno, adesso?» «Sì.» «Le parlano?» «No. Controllano tutto.» Dunque,
essendo controllata, non le era permesso di spiare nel futuro. Forse non avevamo nulla da guadagnare, personalmente, da un'occhiata di questo genere. Forse l'avventura
avrebbe reso Catherine troppo ansiosa. Non insistetti.
«Lo spirito che le era vicino prima, Gideon...
«Sì.
«Che cosa vuole? Perché è qui? Lo conosce?» «No, non credo.» «Ma la protegge dai pericoli?» «Sì.» «I Maestri...» «Non li vedo.» «A volte hanno dei messaggi per me, messaggi che aiutano lei e me. Questi messaggi sono utili per lei anche se non vengono pronunciati? Mettono pensieri nella sua mente?» «Sì.» «Essi controllano fin dove lei può
andare? Quello che lei può ricordare?» «Sì.» «Quindi vi è uno scopo in questo dispiegarsi di vite...» «Sì.» «...Per lei e per me... Per insegnarci. Per portarci la scomparsa della paura.» «Vi sono molti modi di comunicazione. Ne scelgono molti... per dimostrarci che esistono.» Sia che Catherine udisse le loro voci, o visualizzasse immagini del passato, o sperimentasse fenomeni di sensitività, o le fossero messi pensieri nella mente, lo scopo era lo stesso: dimostrare la loro esistenza e, oltre questo, aiutarci nella nostra strada donandoci intuizioni e conoscenze, aiutarci a divenire simili a Dio attraverso il sapere.
«Sa perché l'hanno scelta...» «No.» «...per fare da tramite?» Questa era una domanda delicata, perché Catherine da sveglia non poteva nemmeno ascoltare le registrazioni.
«No», mormorò piano.

«Le fa paura?» «A volte. E altre volte no?» «Sì.» «Questo può essere rassicurante», aggiunsi. «Adesso sappiamo che siamo eterni, e così perdiamo la paura della morte.»
«Sì», convenne. Fece una pausa. «Devo imparare ad avere fiducia. Era tornata alla più
importante lezione della sua vita. «Quando mi viene detta qualche cosa, devo imparare a credere a quello che mi si dice... quando la persona è bene informata.» «Certo vi sono persone in cui non bisogna aver fiducia», aggiunsi.
«Sì, ma sono confusa. E con le persone in cui so che dovrei avere fiducia, cerco di reprimere questo sentimento. E non voglio aver fiducia in alcuno.» Rimase in silenzio mentre io ammiravo ancora la sua intuizione.
«L'ultima volta lei parlò di sé come di una bambina, in un giardino con dei cavalli. Ricorda? Il matrimonio di sua sorella.» «Un poco.» «C'è qualche altra cosa da trarre, da
quel periodo? Lo sa?» «Sì.» «Meriterebbe di tornare indietro adesso ed esplorarlo?»
«Non voglio tornare indietro, adesso. Vi sono tante cose in una vita. Vi sono tante conoscenze da ottenere... in ogni vita. Sì, dobbiamo esplorare, ma adesso non voglio tornare indietro.» Così la indirizzai ancora alle inquiete relazioni con suo padre. «La sua
relazione con suo padre è un'altra zona, che ha avuto una profonda influenza su di lei in questa vita.» «Sì», rispose semplicemente.
«È un'altra zona che dobbiamo ancora esplorare. Lei ha avuto molto da imparare da
questa relazione. La confronti al ragazzine in Ucraina che ha perso suo padre da piccolo. Lei non ha avuto questa perdita nella vita attuale. E tuttavia, avendo suo padre qui, anche se alcune sofferenze sono state meno...» «È stato un grave peso», concluse. «I pensieri...» aggiunse, «i pensieri...» «Quali pensieri?» Sentivo che si trovava in una nuova area.
«Circa l'anestesia. Quando ci fanno l'anestesia, si può udire? Si può udire ancora!» Aveva risposto da sola alla sua domanda. Adesso bisbigliava rapidamente, eccitandosi. «La
mente è perfettamente consapevole di quello che avviene. Parlavano del mio soffocamento, della possibilità che soffocassi quando avrebbero operato sulla mia gola.» Ricordai l'intervento chirurgico sulle corde vocali di Catherine, che era stato compiuto pochi mesi prima del suo primo appuntamento con me. Lei era stata ansiosa prima dell'intervento, ma era del tutto atterrita quando tornò in sé in corsia. E il gruppo degli infermieri aveva dovuto impiegare intere ore per calmarla. Sembra evidente che quello che era stato detto dai chirurghi durante l'operazione, nel periodo in cui lei era in anestesia profonda, l'aveva precipitata nel terrore. La mia mente tornava alla facoltà di medicina e al mio corso di chinirgia. Ricordai le casuali conversazioni durante le operazioni, quando i pazienti sono anestetizzati. Ricordai gli scherzi, le imprecazioni, le discussioni, gli scatti d'ira dei chirurghi. Che cosa udivano, i pazienti, a livello subconscio? Quanto restava registrato in loro, che potesse influire sui loro pensieri e sulle loro emozioni, sulle loro paure e sulle loro ansietà quando si svegliavano. Il corso postoperatorio, il riaversi del paziente dopo l'operazione veniva influenzato positivamente o negativamente da quello che era stato detto durante l'operazione stessa? Era forse morto qualcuno perché travolto dalle impressioni negative durante l'operazione? Aveva ceduto alle sensazioni disperate? «Ricorda quello che loro dicevano?» chiesi.
«Che dovevano inserire un tubo in gola. Quando avrebbero tolto il tubo, la mia gola avrebbe potuto gonfiarsi.
Non pensavano che io li udissi.» «Ma lei li ha uditi.» «Sì. Per questo ho avuto tutti quei
problemi.» Dopo la seduta di oggi, Catherine non ebbe più paura di deglutire o di
soffocare. Fu molto semplice. «Tutta quella ansietà...» continuò, «pensavo che sarei soffocata.
«Si sente libera?» chiesi.

«Sì. Lei può raccontare quello che hanno fatto.» «Posso?» «Sì.
«Lei è... Loro dovrebbero stare molto attenti a quello che dicono. Adesso ricordo. Mi misero un tubo in gola. E allora non potei parlare, non potei dir loro nulla.» «Adesso è
libera... Li ha uditi.» «Sì, li ho uditi parlare...» Rimase in silenzio un minuto o due e poi cominciò a volgere la testa a destra e a sinistra.
Sembrava ascoltare qualche cosa.
«Sembra che lei oda dei messaggi. Sa di dove questi messaggi provengono?» Io speravo che i Maestri sarebbero apparsi.
«Qualcuno mi ha parlato», fu la sua risposta criptica.
«Qualcuno le ha parlato?» «Ma se ne sono andati.» Io cercai di farli tornare.
«Guardi se può portare indietro gli spiriti che hanno messaggi per noi... per aiutarci.»
«Essi vengono solo quando vogliono, non quando io lo desidero», rispose con fermezza.
«Non ha alcun controllo su questo?» «No.» «Bene», ammisi, «ma il messaggio sull'anestesia è stato molto importante per lei. È stato la fonte del suo senso di soffocamento.» «È stato importante per lei, non per me», ribattè. La sua risposta si
riverberò nella mia mente. Lei voleva essere guarita dalla paura di soffocare, e tuttavia questa rivelazione era più importante per me che per lei. Io ero quello che compiva la guarigione. La sua semplice risposta conteneva molti livelli di significato. Ero sicuro che
se capivo questi livelli, queste risonanti ottave di significati, sarei progredito di un enorme balzo nella comprensione delle relazioni umane. Forse l'aiuto era più importante della cura.
«Importante per me, per aiutarla?» chiesi.
«Sì. Lei può disfare quello che loro hanno fatto. Lei ha disfatto quello che hanno fatto.» Stava riposando. Entrambi avevamo imparato una grande lezione.
Poco dopo il suo terzo compleanno, mia figlia Amy venne correndo verso di me
abbracciandomi le gambe. Alzò lo sguardo e disse: «Babbìno, io ti ho amato per quaranta- mila anni». Io abbassai lo sguardo sul suo piccolo volto e mi sentii molto, molto felice.

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