Capitolo 8: La vita dopo la morte

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Messaggio Da Admin il Mar Gen 01, 2019 6:51 pm

Capitolo 8: La vita dopo la morte


Passarono tre settimane prima della seduta successiva.
Durante la mia vacanza, sdraiato su una spiaggia tropicale, ebbi il tempo e la distanza per riflettere su quello che era trapelato dalle sedute con Catherine: regressioni ipnotiche in vite passate con particolareggiate osservazioni e spiegazioni di oggetti, processi e fatti di cui non aveva conoscenza nel suo stato normale di veglia; miglioramento dei suoi
sintomi grazie alle regressioni, miglioramento nemmeno remotamente raggiunto con la psicoterapia convenzionale nei primi diciotto mesi di trattamento; rivelazioni freddamente esatte sullo stato spirituale dopo la morte, che portavano conoscenze a cui
lei non aveva accesso; poesia spirituale e lezioni sulle dimensioni dopo la morte, sulla vita e sulla morte, sulla nascita e la rinascita, da parte di Spiriti Maestri che parlano con saggezza e in uno stile molto al di sopra delle capacità di Catherine. Vi erano in realtà molte cose da considerare.
Negli anni avevo trattato molte centinaia, forse un migliaio, di pazienti psichiatrici che riflettevano l'intero spettro dei disordini emozionali. Avevo diretto unità di degenti interni in quattro delle principali scuole mediche. Avevo trascorso anni in sale di
emergenza psichiatrica, in cliniche con pazienti esterni e in varie altre istituzioni esaminando e trattando pazienti esterni. Sapevo tutto sulle allucinazioni uditive e visive e sulle illusioni della schizofrenia. Avevo trattato molti pazienti con sintomi incerti e disordini di carattere isterico, comprese le dissociazioni o personalità multiple. Ero stato docente sulla tossicodipendenza e l'alcolismo al National Institute of Drug Abuse (NIDA), e conoscevo perfettamente la gamma degli effetti i della droga sul cervello.
Catherine non aveva alcuno di questi sintomi o sindromi. Quello che era avvenuto non
era una manifestazione di malattia psichiatrica. Lei non era una psicotica né aveva perso i contatti con la realtà, non aveva mai avuto allucinazioni (vedere o udire cose che non esistono effettivamente) né illusioni (false credenze).
Non faceva uso di droghe e non aveva caratteri sociopatici. Non aveva una personalità isterica né mostrava tendenze | alla dissociazione. In altre parole, era generalmente consapevole dì quello che faceva e pensava, non procedeva con un «pilota automatico», e non aveva mai avuto dissociazioni o personalità multiple. Le informazioni che
produceva andavano spesso al di là delle sue capacità coscienti sia per stile che per contenuto. In parte era particolarmente paranormale, come i riferimenti a specifici eventi e fatti del mio passato (a esempio le conoscenze su mio padre e mio figlio), come del suo. Aveva conoscenze, a cui non aveva mai avuto accesso, né mai aveva raccolto, sulla sua vita presente. Queste conoscenze, come l'intera esperienza, erano estranee alla sua cultura e alla sua educazione, e contrarie a molte delle sue credenze.
Catherine è una persona onesta e relativamente semplice. Non è una studiosa, e non
potrebbe avere inventato i fatti, i particolari, gli eventi storici, le descrizioni e la poesia che giungevano attraverso di lei. Come psichiatra-e scienziato, ero certo che il materiale aveva origine in qualche parte della sua mente inconscia. Senza alcun dubbio era reale. Anche se Catherine fosse stata un'abile attrice, non avrebbe potuto ricreare questi avvenimenti. Le conoscenze erano troppo esatte e troppo specifiche, e andavano oltre la sua capacità.
Meditai sullo scopo terapeutico di esplorare le vite passate di Catherine. Ora che
eravamo entrati in questo nuovo regno, il suo miglioramento era inaspettatamente rapido, senza alcuna medicina. In questo regno vi è qualche potente forza guaritrice, una forza evidentemente molto più efficace della terapia convenzionale e delle medicine

moderne. Questa forza comprende il ricordare e il rivivere non solo eventi traumatici di grande importanza, ma anche i traumi quotidiani del nostro corpo, della nostra mente e del nostro ego. Nelle mie domande, quando esaminavamo le vite, io cercavo i caratteri di questi traumi, come cronico eccesso emotivo o fisico, povertà e inedia, malattie e inconvenienti, persecuzione e pregiudizi persistenti, ripetuti fallimenti e così via. Tenevo anche d'occhio quelle più gravi tragedie come un'esperienza traumatica di morte, una violenza sessuale, una catastrofe di massa, o qualsiasi altro avvenimento spaventevole che avesse potuto lasciare un'impronta permanente. La tecnica era simile a quella della revisione dell'infanzia nella terapia convenzionale, eccetto che l'estensione del tempo era di parecchie migliaia di anni invece dei soliti dieci o quindici. Le mie domande erano dunque più dirette e più impegnative che non in una terapia convenzionale, ma il successo della nostra esplorazione non ortodossa era indiscutibile. Lei (e altri che in seguito avrei trattato con la regressione ipnotica) stava guarendo con meravigliosa rapidità.
Ma vi erano altre spiegazioni per i ricordi che Catherine aveva di vite passate? Questi ricordi potevano essere contenuti nei suoi geni? Questa possibilità è scientificamente
remota. La memoria genetica richiede un passaggio ininterrotto di materiale genetico da generazione a generazione. Catherine viveva in tutte le parti della terra e la sua linea
genetica era interrotta ripetutamente. Poteva morire in una inondazione con la sua discendenza, o essere senza figli, o morire in gioventù. Il suo potenziale genetico terminava e non veniva trasmesso. E che dire della sua sopravvivenza dopo la morte e del suo stato di interregno fra le vite? Là non vi era corpo e certo non vi era materiale genetico, e tuttavia i ricordi continuavano. No, la spiegazione genetica doveva essere scartata.
Che cosa pensare dell'idea di Jung dell'inconscio collettivo, riserva di tutti i ricordi e di
tutte le esperienze umane, ini cui talora ci si può imbattere? Culture diverse spesso contengono simboli simili, anche nei sogni. Secondo Jung, l'inconscio collettivo non era personalmente acquisito, ma ,| «ereditato» in qualche modo nella struttura del cervello, Include motivi e immagini che spuntano di nuovo in ogni cultura senza collegarsi ad alcuna tradizione storica o disseminazione. Penso che i ricordi di Catherine fossero troppo specifici per essere spiegati con la concezione di Jung. ! Lei non rivelava simboli né immagini o motivi universali, i Riferiva particolareggiate descrizioni di persone e luoghi specifici. Le idee di Jung sembravano troppo vaghe. E c'era anche da considerare lo stato di interregno fra le vite. Tutto compreso, la reincarnazione era la più convincente. La conoscenza di Catherine non solo era particolareggiata e specifica ma andava anche oltre la sua capacità conscia. : Conosceva cose che non potevano essere state racimolate in qualche libro e poi temporaneamente dimenticate. Le sue conoscenze non potevano essere state acquistate nell'infanzia e poi soppresse o represse dalla coscienza. E che dire dei Maestri e dei loro messaggi? Tutto questo era giunto attraverso Catherine, ma non era di Catherine. E la loro sapienza era riflessa anche nei ricordi che Catherine aveva delle sue vite. Io sapevo che queste informazioni e questi messaggi erano veri. Lo sapevo non solo per i molti anni di attento studio degli uomini, delle loro menti, dei loro cervelli e delle loro personalità, ma anche intuitivamente, fin da prima della visita di mio padre e di mio figlio. Il mio cervello, con i suoi anni di attento addestramento scientifico, lo sapeva, e lo sapevano anche le mie ossa.
«Vedo dei vasi con dentro dell'olio.» Nonostante l'intervallo di tre settimane, Catherine
era rapidamente caduta in trance profonda. Era entrata in un altro corpo, in un altro tempo. «Nei vasi vi sono oli diversi. Sembra essere una bottega o una qualche sorta di

magazzino. I vasi sono Tossi- rossi... fatti con qualche tipo di terra rossa. Hanno attorno strisce blu, strisce blu sul sommo. Vedo qui degli uomini...
vi sono uomini in questa cantina. Stanno muovendo le giare e i vasi e raccogliendoli in
una certa area. Le loro teste sono rase... Non hanno capelli. La loro pelle è scura... pelle scura.» «Lei è lì?» «Sì... sto sigillando alcune giare... con una sorta di cera...
sigillo l'estremità delle giare con della cera.» «Sa a che cosa servono questi oli?» «Non lo
so.» «Si vede? Si guardi. Mi dica che aspetto ha.» Fece una pausa mentre si osservava.
«Ho una treccia. Ho i capelli intrecciati. Indosso un lungo... un abito lungo. Ha l'orlo esterno dorato.» «Lei lavora per questi sacerdoti - per questi uomini - con la testa
rasata?» «Il mio compito è di sigillare le giare con la cera. Il mio compito è questo.» «Ma lei ignora per che cosa queste giare sono usate?» «Sembra che siano usate per qualche
rito religioso. Ma non sono sicura... di che rito si tratti. Vi è una qualche unzione, qualche cosa sulla testa... Qualche cosa sulla testa e sulle mani... sulle mani. Vedo un uccello, un uccello d'oro, attorno al mio collo. È piatto. Ha una coda piatta, una coda molto piatta, e la testa è volta in giù... verso i miei piedi.» «I suoi piedi?» «Sì, deve essere portato così. Vi è una nera... una sostanza nera appiccicaticcia. Non so che cosa sia.» «Dov'è?» «In un contenitore di marmo. La usano, ma non so a quale scopo.» «Vi è nella cantina qualche cosa che lei possa leggere così da dirmi il nome del paese - del luogo - in cui vive, o la data?» «Sulle pareti non c'è nulla; sono vuote. Non conosco il nome.» La feci progredire nel tempo.
«C'è una giara bianca, una sorta di giara bianca. Il manico all'estremità superiore è d'oro, intarsiato d'oro.» «Che c'è nella giara?» «Un qualche unguento. Ha qualche cosa a che fare con il passaggio nell'altro mondo.» «È lei la persona che deve operare questo passaggio?» «No! Non è nessuno che conosca.» «È ancora il suo lavoro? Preparare le persone a questo passaggio?» «No. Deve farlo il sacerdote, non io. Noi procuriamo solo
ai sacerdoti gli unguenti, l'incenso...» «Quanti anni sembra avere, adesso?» « Sedici.
«Vive con i suoi genitori?» «Sì, in una casa di pietra, una sorta di abitazione di pietra. Non è molto grande. È molto calda e asciutta. Il clima è molto caldo.» «Vada nella sua casa.» «Ci sono.» «Vede altri membri della sua famiglia?» «Vedo un fratello, anche mia
madre è lì, e un bambino piccolo, il bambino di qualcuno.» «È il suo bambino?» «No.»
«Che cosa è significativo, adesso? Vada a qualche cosa di significativo che spieghi i suoi sintomi nella sua vita attuale. Abbiamo bisogno di capire. Si può sperimentarlo con
sicurezza. Vada agli eventi.» Lei rispose con un sussurro molto basso. «Tutto a suo tempo... Vedo della gente che muore.» «Gente che muore?» «Sì... non sanno perché.»
«Una malattia?» Improvvisamente mi venne l'idea che lei fosse ancora in un'antica vita
alla quale era già regredita. In quella vita una pestilenza proveniente dall'acqua aveva ucciso il padre di Catherine e uno dei suoi fratelli.
Anche Catherine aveva avuto quella malattia, ma non ne era morta. Il popolo usava aglio e altre erbe per cercare di difendersi dalla pestilenza. Catherine era rimasta sconvolta
perché i morti non venivano imbalsamati in modo appropriato. Ma adesso c'eravamo avvicinati a quella vita da un altro punto di vista. «È qualche cosa che ha a che fare con l'acqua?» chiesi.
«Lo credono. Molta gente sta morendo.» Io conoscevo già la conclusione.
«Ma lei non muore, non muore per questo?» «No, io non muoio.» «Ma si ammala. Diviene malata.» «Sì, ho molto freddo... molto freddo. Ho bisogno di acqua... Acqua.
Dicono che viene dall'acqua... E da qualche cosa di nero... Qualcuno muore.» «Chi
muore?» «Mio padre, muore, e anche un mio fratello. Mia madre sta bene; si riprende; è molto debole. Devono seppellire i morti. Devono bruciarli, ma la gente è sconvolta perché questo è contrario alle pratiche religiose.» «Quali erano queste pratiche?» Mi

meravigliavo della consistenza dei suoi ricordi, fatto per fatto, esattamente come aveva raccontato questa vita alcuni mesi prima. Di nuovo questa deviazione dalle normali usanze funebri la turbava.
«La gente veniva messa in grotte. I corpi erano custoditi in grotte. Ma prima, i corpi dovevano essere preparati dai sacerdoti. Dovevano essere avvolti e unti. Venivano conservati - in caverne, ma adesso la terra è allagata... Dicono che l'acqua è cattiva. Non bevono l'acqua.» «Vi è un mezzo di cura? Qualche cosa che funzioni?» «Ci davano delle erbe, diverse erbe. Gli odori... le erbe e... si odorano i profumi. Io posso odorarli!»
«Riconosce il profumo?» «È bianco. Lo appendono al soffitto.» «È come l'aglio?» «Viene appeso... le proprietà sono simili, sì. Le sue proprietà... Ce lo mettiamo in bocca, nelle orecchie, nel naso, dappertutto. L'odore era forte. Si credeva che impedisse agli spiriti
maligni di entrarci nel corpo. Porpora... Un frutto o qualche cosa di rotondo coperto di porpora, una buccia di porpora su di esso...» «Riconosce la civiltà in cui è? Le sembra familiare?» «Non so.» «Il frutto di porpora è di qualche genere? «Tannis.
«E questo vi aiuta? Serve contro la malattia?» «Serviva a quel tempo.» «Tannis», ripetei cercando ancora di vedere se parlava di ciò che noi chiamiamo tannino o acido tannico.
«Lo chiamavano così? Tannis?» «Io... continuo a sentire "tannis".» «Che cosa di questa vita si è inserito nella sua vita attuale? Perché torna a regredire qui? Che cosa vi è che la
turba così?» «La religione», sussurrò rapidamente Catherine, «la religione di quel tempo. Era una religione di paura... paura.
C'erano tante cose da temere... E tanti dèi.» «Ricorda i nomi di qualche dio?» «Vedo degli occhi. Vedo un nero... qualche tipo di...
Sembra uno sciacallo. È una statua. È una sorta di guardiano... Vedo una donna, una
dea, con una sorta di copricapo.» «Conosce il suo nome, il nome della dea?» «Osiride... Sirus... qualche cosa di simile. Vedo un occhio... un occhio, solo un occhio, un occhio in
una catena.
È d'oro.» «Un occhio?» «Sì... chi è Hathor?» «Chi?» «Hathor! Chi è?» Io non avevo mai sentito parlare di Hathor, sebbene sapessi che Osiride, se la pronuncia era giusta, era il fratello e marito di Iside, una delle principali divinità egiziane.
Più tardi seppi che Hathor era la dea egiziana dell'amore, della gaiezza e della gioia.
«È una divinità?» chiesi.
«Hathor! Hathor.» Vi fu una lunga pausa. «Un uccello...
è piatto... piatto, una fenice.» Rimase ancora silenziosa.
«Avanzi nel tempo, adesso fino all'ultimo giorno di questa vita. Vada all'ultimo giorno, ma prima di essere morta. Mi dica quello che vede.» Lei rispose con un bisbiglio dolcissimo.
«Vedo della gente e dei fabbricati. Vedo sandali, sandali. C'è una veste rozza, una sorta di veste rozza.» «Che succede? Arrivi adesso al momento della sua morte. Che cosa le succede? Può vederlo.» «Non lo vedo... non mi vedo più.» «Dov'è? Che cosa vede?»
«Nulla... solo oscurità... vedo una luce, una luce calda.» Era già morta, era già passata
nello stato spirituale. Evidentemente non aveva bisogno di sperimentare ancora la sua morte.
«Può raggiungere quella luce?» chiesi.
«Ci sto andando.» Stava tranquilla, aspettando ancora.
«Adesso può guardare le lezioni di questa vita? Ne è consapevole?» «No», mormorò. Continuò ad aspettare. D'improvviso parve sveglia, sebbene i suoi occhi rimanessero
chiusi, come sempre quando era in trance ipnotica. La sua testa sii volgeva da un lato
all'altro.
«Che cosa sta vedendo, adesso? Che cosa succede?» La sua voce divenne più forte.
«Sento... qualcuno che parla.

«Che cosa dice?» «Parla della pazienza. Bisogna avere pazienza...» «Sì, continui.» La risposta venne dal Maestro poeta. «Pazienza e tempestività... Tutto viene quando deve venire. Una vita non può essere condotta a gran velocità, non può essere attuata secondo un programma come tanti vorrebbero. Dobbiamo accettare quello che ci giunge in un dato tempo, e non chiedere di più. Ma la vita è senza fine, noi non moriamo mai; non siamo mai realmente nati. Noi passiamo solo attraverso diverse fasi. Non vi è fine. Gli umani hanno molte dimensioni. Ma il tempo non è come ci appare, consiste piuttosto in lezioni che vengono imparate.» Vi fu una lunga pausa. Poi il Maestro poeta continuò.
«Tutto diverrà chiaro per lei a suo tempo. Ma lei deve avere la possibilità di assimilare la conoscenza che le abbiamo già dato.» Catherine era silenziosa.
«Vi sono qui altre cose che dovrei imparare?» chiesi.
«Se ne sono andati», sussurrò piano Catherine. «Non odo più alcuno.

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